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Grass Kings: l’America delle terre di nessuno | Recensione

Tempo di lettura: 3 minuti

Se c’è una cosa che mi è sempre stata detta dai miei amici di ritorno dall’America è che gli Stati Uniti sono ben diversi dalle metropoli mostrate nei film Hollywoodiani. Le terre scoperte da Colombo somigliano più ad un territorio immenso,  sconfinato, selvaggio che si distende a perdita d’occhio tra una città e altra. Con piacere, ricordo anche lo sguardo che ne dava Sons of Anarchy, in cui si mostravano le evidenti difficoltà degli organi competenti a legiferare sui vari centri abitati; le lacune di questa capillarizzazione, sfociavano di frequente in una sorta di terra di nessuno, in cui spesso la prima giustizia a farsi largo era quella privata. Tutto questo pistolotto introduttivo serviva a inquadrare un minimo il contesto di Grass Kings, serie pubblicata dalla Boom! Studios per i testi di Matt Kindt (già autore di Ether, MIND e Dept.H) e disegni di Tyler Jenkins (Peter Panzerfaust). La vicenda è quella dei Grass Kings, letteralmente “Sovrani dell’erba”, tre fratelli Robert, Bruce e Ashur che governano in tutti i sensi su un campo caravan nei pressi di Cargill City. Percepite già l’atmosfera rurale, vero?

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Beh, aspettate perché non finisce li. Il maggiore dei tre fratelli, Robert è a capo di tutta la baraccopoli, nonostante stia ancora cercando di superare la perdita della figlia Rose, scomparsa sulle rive del lago che bagna il ‘regno’. Di regno vero e proprio si può parlare, perché munito di una attenta sorveglianza dei confini e di un proprio “corpo” di vigilanza, di cui fa anche parte la famiglia dei Grassi Kings, infatti il fratello di Robert è – o meglio era – un uomo di legge.

Il regno, da tempo ai ferri corti con le istituzioni locali – quelle vere – prospera anche grazie ad un piccolo hangar, con annessa pista di atterraggio, di cui i locali si servono per importare provviste e viveri. I dissapori accumulati nel tempo non possono far altro che inasprirsi quando viene ritrovata una donna sulle sponde del regno. Questa, inizialmente scambiata per Rose, non è altri che la moglie dello sceriffo di Cargill, Humbert. Uomo violento, scontroso, irascibile e meschino sempre più in rotta con i Grass Kings. Qui si respira a pieno tutta l’atmosfera della campagna statunitense, quella dove il confine tra legale e illegale si fa stranamente labile, dove situazioni surreali come queste vengono tollerate solo per salvaguardare il proprio tornaconto. La situazione è solo destinata a degenerare, e a piccoli passi scopriremo anche alcune delle cause che sono alla base di questi dissapori.

Il primo ciclo di sei numeri pone delle ottime basi per una trama orizzontale di più ampio respiro. Un thriller che ovviamente coinvolge tutti i personaggi che Matt Kindt ci mostra all’interno del regno e fuori di esso. Il sospetto di un serial killer ancora a piede libero aleggia sul campo caravan e sicuramente l’ufficio dello sceriffo deve aver tralasciato qualcosa di importante nelle sue superficiali indagini. La serie, in quest’ottica, pesca a piene mani da prodotti più acclamati come True Detective o lo Scalped di Jason Aaron.

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Ad accompagnare i nostri rozzi, bigotti amici, l’acquerello impercettibile di Tyler Jenkins. Un’affresco maestoso delle bellezze naturalistiche dell’america rurale. Le sue tavole trasudano di una suggestione evidentemente cara all’autore. I suoi personaggi non mancano di esprimere tutta la loro carica emotiva; dal volto sconvolto di Robert alla vista di quella che pensa essere Rose in riva al lago, all’ira “sputata” di un Humbert colpito nell’orgoglio.

La serie sembra andare bene anche oltreoceano, infatti Kindt e Jenkins si apprestano a concludere un secondo ciclo, con l’annuncio del 11simo numero. Ci sono buone speranze di vederlo pubblicato anche qui in Italia, anche se al momento non mi risulta che nessun editore abbia rilevato i diritti. D’altro canto questo genere di storie sta vivendo un discreto momento di popolarità con la ristampa di Scalped o la pubblicazione di Briggs Land, quindi non sarebbe poi così improbabile.

Dateci un’occhiata e fatemi sapere se vi garba. Noi ci vediamo sotto al prossimo post.

Buonsalve ragazzuoli!

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